La tv? Spegnetela

Massimo Fini: spegnere la Tv, oppio dei popoli

Nella società contemporanea la Televisione, insieme a sua sorella gemella la Pubblicità, che è il motore di tutto il sistema, ha occupato il centro della nostra vita. La sua forza non sta nella sua tecnica, nel fatto che “fa vedere” (anche il cinema “fa vedere” ma non ha avuto gli effetti devastanti della Tv, anzi per molto tempo è stato un importante strumento culturale), ma nella distribuzione, nell’essere piazzata, a priori, in casa nostra. Ed è quindi ineludibile. Ha distrutto quasi ogni forma di vita di relazione proiettandoci (insieme, ultimamente, ad altri media: Internet, Facebook) in un mondo virtuale dove possiamo solo subire. Noi oggi viviamo di resoconti, non più in prima persona.

Il messaggio che veicola è uno solo: il sostegno all’attuale modello di sviluppo (produzione-consumo-produzione) che va bene tanto alla destra Massimo Finiche alla sinistra. Un modello “paranoico” perché non consente all’individuo di raggiungere, mai, un momento di pace, di equilibrio, di armonia, colto un obiettivo deve immediatamente inseguirne un altro e poi un altro ancora, a ciò costretto dall’ineludibile meccanismo che lo sovrasta (produci-consuma-crepa). Ogni pensiero o idea non in linea con questo modello sono esclusi e ignorati.

Nella Grecia classica erano Platone e Aristotele a dare le categorie etiche e politiche che si trasmettevano agli uomini di governo e quindi, scendendo giù per li rami, alla popolazione. Nel Medioevo questa funzione fu assunta dalla Scolastica. In epoca moderna dai grandi filosofi illuministi. Oggi a dettare le categorie, i costumi, la “way of life”, le regole di condotta, oltre che, naturalmente, i consumi, sono i protagonisti dello star-system televisivo. Al posto di Platone abbiamo Gerry Scotti o Vespa o Santoro o chi per loro.

Oggi la vera classe dirigente non è più quella politica, ma è formata dai conduttori di talk show, dai cantanti, dai calciatori, dalle veline. In Afghanistan, all’epoca talebana, il Mullah Omar fece distruggere materialmente tutti gli apparecchi televisivi, capendo bene che un simile strumento disgrega e distrugge una società. È quanto è avvenuto in Italia, sia pur nel corso di mezzo secolo. Noi siamo convinti che se si farà mai ancora una rivoluzione nel mondo occidentale non sarà contro la classe politica in quanto tale ma contro la Tv. Distruggendola e liberandosene.

(Massimo Fini, “Movimento Zero”. Fini e il suo movimento saranno a Roma il 24 aprile 2010 per protestare davanti alla sede Rai. Info: www.movimentozero.org).

La paura e l’informazione

Aumentano i notiziari che sparano cavolate sulla situazione della sicurezza in Italia e mentre calano i delitti ci si dice in tv che invece aumentano.

La paura aumenta in Tv
Per il 77% degli italiani reati in aumento. Ma non è così. I risultati del rapporto realizzato da Demos per Fondazione Unipolis. Realtà filtrata dalla “rappresentazione mediatica dei fatti”

I reati diminuiscono, ma per il 77% degli italiani sono ancora in aumento. Tuttavia è leggermente sceso il numero di quanti percepiscono un aumento delle criminalità nella propria zona di residenza (tre punti in meno rispetto al 2008) e persino la percentuale di coloro che si dicono preoccupati per l’eventualità di subire un furto in casa è diminuita dal 23 al 16% nell’arco di due anni. Cala addirittura di sette punti, dal 2007 al 2009, la paura di subire un’aggressione a scopo di rapina (oggi al 13%). Sembra una contraddizione: gli italiani hanno la sensazione che la criminalità sia in crescita, ma hanno meno paura di esserne personalmente coinvolti. Salvo poi ritenere necessaria maggiore polizia sulle strade e nei quartieri (79%).
Sono questi alcuni dei risultati del terzo rapporto sulla sicurezza nel nostro paese, realizzato da Demos e dall’Osservatorio di Pavia per la Fondazione Unipolis che indaga in questo ambito per il terzo anno consecutivo. Questa volta si è tentato un confronto con altre rilevazioni svolte in Europa, con l’analisi dei tg delle emittenti italiane e – per la prima volta – europee, ottenedo così un punto di osservazione essenziale per comprendere i meccanismi dell’opinione pubblica. “Cresce la distanza tra la realtà e la sua percezione – si legge infatti nella presentazione del Rapporto – grazie a una rappresentazione mediatica dei fatti che appare lontana dalla dimensione effettiva dei problemi. Vale per la sicurezza in senso stretto, ma anche per quella di carattere economico e sociale, come è il caso della disoccupazione e della mancanza di lavoro in forte aumento, ma che trova scarsissimo rilievo nell’informazione televisiva”. “Il modo che hanno i tg italiani di rappresentare la situazione della criminalità nel nostro paese – spiega Fabio Bordignon, direttore di Demos – è una tendenza ciclica che abbiamo ipotizzato essere funzionale al periodo elettorale. La ‘bolla ansiogena’ maggiore c’è dunque stata tra il 2007 e l’inizio del 2008, ma anche nei primi mesi del 2010. Ma c’è anche una specificità tutta italiana nel seguire i fatti di cronaca più efferati, la cui trattazione non viene abbandonata per mesi. Fatta eccezione forse per il caso spagnolo, dove è comunque presente la Telecinco di Mediaset che tende a comportarsi come le consorelle italiane” (vedi tabella nelle pagine seguenti).
Tuttavia qualcosa oltrepassa la nebbia mediatica che vorrebbe farci credere che la criminalità – quella portata dagli immigrati, in particolare – sia in aumento. Gli italiani dimostrano maggiore buon senso dei telegiornali che li informano, tant’è vero che la paura che cresce è quella genericamente economica dal 34 al 37% in un anno; e la paura di perdere il lavoro, che passa dal 29,6 al 37% in due anni (comunque assai di meno che nel resto d’Europa, dove la stessa paura arriva al 51%). “Se messi a confronto diretto con altre fonti di insicurezza – spiega Bordignon – la paura nei confronti del crimine si ridimensiona. Prevalgono altre insicurezze, come quella della dimensione economica, per il mercato del lavoro, il rischio disoccupazione. I timori di natura ambientale passano dal 59 al 62%. Sale il livello d’allarme per le nuove epidemie. L’insicurezza globale arriva al 77%”.
Certo, ci sarebbe da essere assai più preoccupati. Il tasso di disoccupazione, a gennaio 2010, è arrivato all’8,6% mai così alto dal 2004, con punte del 26,4% per i giovani (in pratica è a spasso un under 30 su 4) e del 9,8% per le donne. Del resto, se nei tg italiani – secondo la ricerca – le notizie riguardanti la criminalità sono state al primo posto per tre anni di seguito – 2007, 2008, 2009 – la crisi economica è sempre stata messa sempre in secondo piano. Come se non ci fosse, o fosse già alle nostre spalle. Le notizie sulla crisi vengono declassate a opinione, mentre l’equazione del tutto opinabile tra criminalità e immigrati diventa un fatto. Eppure nel 2009 la quota di famiglie in cui qualcuno ha perso il lavoro è salita da 13% al 19%, e dal 12,5% al 21% quella in cui c’è un cassintegrato.
Invece tra ottobre e novembre 2009 i telegiornali di prima serata Rai e Mediaset dedicano alla disoccupazione e alla crisi economica delle famiglie solo il 7% delle notizie cosiddette “ansiogene”. L’anno prima – a cavallo delle elezioni – questo genere di notizie erano 4 volte di più e cioè il 27%. A chi ha giovato questa fabbrica della paura sulle famiglie che, col governo Prodi, non ce la facevano ad arrivare alla fine del mese? E oggi a chi giova la sordina a una crisi occupazionale che rischia di aggravarsi ancora, nel corso del 2010?
La ricerca rileva anche un’altra caratteristica della nostra informazione televisiva: la quantità di notizie relative alla criminalità in Italia è superiore a quella degli altri paesi europei, soprattutto per quanto riguarda le reti pubbliche. Il tg1 ha il doppio di notizie del tg spagnolo e venti volte di più del tg tedesco. Inoltre la pagina della criminalità in Italia è costante, mentre invece i tg francesi inglesi, tedeschi e spagnoli non rilevano la presenza quotidiana di notizie “criminali”, costituite per il 60% dalla rappresentazione di fatti come furti, rapine, incidenti, spaccio (non certo reati finanziari o usura o riciclaggio). Forse che in Italia questi reati sono più frequenti che altrove? Niente affatto. Scrive Ilvo Diamanti presentando la ricerca: “La paura è la risorsa infinita, la principale, a cui ha attinto il centrodestra quando era all’opposizione. Ma anche oggi che è al governo. La Lega, soprattutto. Oggi l’Italia è un paese fra i più angosciati d’Europa. Non c’è altro luogo dove lo squilibrio fra paura e criminalità, fra paura e immigrazione, sia tanto forte. Perché la paura degli altri sposta consensi a destra, sempre”.
La paura è un fenomeno che colpisce i più deboli, ancora una volta, e quelli che più di altri guardano un sacco di tv: “Gli anziani, soli, con livelli di istruzione più bassi e che consumano molta tv – spiega Bordignon – sono quelli che più di altri hanno la percezione di un aumento della criminalità del tutto scollegato dal dato reale”.

Silvia Fabbri

 

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L’occidente rapina l’africa

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ocietà fantasma, coperture politiche, finanza compiacente, prezzi truccati: in quarant’anni, la fuga illecita di capitali è costata all’Africa 1800 miliardi di dollari, di cui 854 grazie al “mispricing”, la falsificazione dei prezzi dei beni materiali. Una truffa mondiale, che colpisce i più poveri: con quei soldi, l’Africa avrebbe potuto ripianare il suo debito estero (250 miliardi di dollari) e impiegare i 600 miliardi rimanenti per combattere fame e  povertà. Soldi fantasma, dunque: la denuncia parte da un centro studi no-profit di Washington, il Global Financial Integrity.

Il dossier s’intitola “Illicit Financial Flow from Africa: Hidden Resources for Development”. L’istituto americano, scrive Alberto Tunno su “PeaceReporter”, ha cercato di quantificare i capitali africani che improvvisamente si volatilizzano, disperdendo risorse finanziarie che dovrebbero essere investite in quel continente. La truffacolpisce la lotta alla povertà e l’economia africana. «Cifre spaventose», rivela Tunno, frutto delle pratiche illecite denunciate dal dossier indipendente Usa.

«La cifra a cui arriva il think tank americano, azzardando una ipotesi circa l’ammontare complessivo dei capitali usciti dai Paesi africani illegalmente, è impressionante: 1800 miliardi di dollari – scrive “PeaceReporter” – che per una serie di trucchi hanno permesso a dittatori, leader democratici, militari, alti burocrati e imprenditori, africani ma non solo, di accumulare immense fortune all’estero, al riparo dalle frequenti crisi che scuotevano (e scuotono) periodicamente Paesi caratterizzati da economie deboli e da una forte instabilità politica. Un fiume di soldi che ha alimentato la crescita dei Paesi più sviluppati e che, paradossalmente, fa dell’Africa un continente virtualmente creditore, pur essendo imprigionato dal suo debito».

Il massiccio flusso di soldi di provenienza illecita dall’Africa, scrive il direttore di Gfi, Raimond W. Baker, è facilitato «da un sistema finanziario internazionale ombra, che comprende paradisi fiscali, segretezza di giurisdizione, finte corporation, false fondazioni, conti intestati a trust anonimi, transazioni commerciali truccate e diverse tecniche di lavaggio del denaro». La questione non è solo di natura etica: «L’impatto di questa struttura e dei fondi che sposta dall’Africa è devastante. Drena importanti riserve monetarie, aumenta l’inflazione, rende difficile la raccolta delle tasse, impedisce investimenti, mina il libero commercio».

La differenza tra i flussi finanziari in entrata e le risorse impiegate nel finanziamento del deficit corrente o nell’aumento delle riserve valutarie delle Banche centrali, equivale al capitale che si è volatilizzato su conti esteri, accusa il dossier americano, che aggiunge: e molti meccanismi della truffa sono stati svelati resta difficile scoprire quando ad essere truccati non sono più i prezzi sui documenti doganali, ma quelli contrattati direttamente tra la società venditrice e quella acquirente. «Quando la prima è complice della seconda, non si riesce a più capire quando e quanto una transazione commerciale nasconda un flusso di capitali illeciti. Questa è una via utilizzata soprattutto dalle grandi multinazionali per spostare fondi da un Paese all’altro».

Dal 1970 al 2008, l’Africa ha perso, in media, 29 miliardi di dollari l’anno, 22 dei quali dai soli stati dell’Africa Sub-Sahariana, in particolare della regione centro-occidentale. Il fenomeno è cresciuto costantemente, con una media del 12,1 per cento all’anno. Anche se i grandi esportatori di idrocarburi (Nigeria, Angola) dal 2008 hanno iniziato a invertire la tendenza, frenando l’esportazione illegale di capitali e promuovendoeconomia locale, per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Onu per l’Africa mancano ancora 348 miliardi di dollari, conclude Tundo. E dai Paesi donatori, alle prese con la crisi economica globale, è difficile aspettarsi un aiuto risolutore (info: www.peacereporter.net).

 

Thomas SANKARA

«Sankara o la dignità dell’Africa» di Bruno Jaffré

 

Sankara o la dignità dell’Africa

Assassinato nel corso di un colpo di stato il 15 ottobre 1987, Thomas Sankara è una figura del panafricanismo e del terzomondismo. Il pensiero e l’azione dell’antico presidente burkinabÈ, stimato per la sua onestà, anticipano l’altermondialismo. Per questo le commemorazioni che si svolgono nel mondo (www.sankara20ans.net), nonostante certe pressioni, sottolineano l’universalità della sua eredità politica. Come anti-imperialista, il presidente Sankara viene ricordato insieme a Ernesto Che Guevara, ucciso nel 1967, proprio negli stessi giorni e si può dire per gli stessi motivi.

di Bruno Jaffré *

«La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i BurkinabÈ sono un po’ più felici grazie a essa.

PerchÈ hanno acqua potabile e cibo abbondante e sufficiente, sono in splendida salute, perchÈ hanno scuola e case decenti, perchÈ sono meglio vestiti, perchÈ hanno diritto al tempo libero; perchÈ hanno l’occasione di godere di più libertà, più democrazia, più dignità (…) La rivoluzione è la felicità. Senza felicità, non possiamo parlare di successo (1)». Così Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, definiva il senso della sua azione, tredici giorni prima del colpo di stato del 15 ottobre 1987 nel corso del quale sarebbe stato assassinato.

Poco conosciuto fuori del continente nero, Sankara rimane nella memoria di molti africani. Agli occhi di molti, era colui che diceva la verità, che viveva vicino al suo popolo, che lottava contro la corruzione, che dava la speranza di vedere l’Africa ritrovare la dignità. Ma era ancor più di questo: uno stratega politico, un presidente creativo ed energico che si era impegnato fino al sacrificio supremo, una voce che gridava forti e chiare le rivendicazioni del terzo mondo (2).

Sankara nasce il 21 dicembre 1949 in quello che allora si chiama l’Alto Volta, una colonia francese che otterrà l’indipendenza nel 1960. A scuola, Sankara frequenta i figli dei coloni e scopre l’ingiustizia.

Serve messa ma rifiuta all’ultimo momento di entrare in seminario.

Paradossalmente è al collegio militare di Kadiogo che si apre alla politica, entrando in contatto con un insegnante marxista, militante del Partito africano d’indipendenza (Pai). Alla scuola militare interafricana di AnsirabÈ, in Madagascar, il giovane ufficiale apprende anche la sociologia, le scienze politiche, l’economia politica, la lingua francese, le «scienze agricole». Sulla Grande Isola assiste nel 1972 alla rivoluzione che rovescia il regime neocolonialista di Philibert Tsiranana, ed è lì che nascono le sue idee in favore di una «rivoluzione democratica e popolare».

Nel 1974, durante la guerra col Mali, si fa notare in un’azione militare.

Poi, con altri ufficiali (lui è capitano), crea un’organizzazione clandestina. Si avvicina a militanti di estrema sinistra, legge molto su diversi temi, discute, approfondisce, prende gusto al dibattito politico. Dopo l’indipendenza, l’Alto Volta, un piccolo paese dell’Africa occidentale, conosce un’alternanza di periodi d’eccezione e di democrazia parlamentare. » l’unico stato della regione a eleggere un presidente al secondo turno, il generale Aboubacar SangoulÈ Lamizana, nel 1978.

Costui gestisce il paese con metodi paternalistici. A sinistra, solo il partito dello storico Joseph Ki-Zerbo, il Fronte popolare dell’Alto Volta (Fpv), partecipa alle elezioni, talvolta anche al governo, rimanendo ben radicato nei sindacati.

Impegnati nelle schermaglie parlamentari, i politici si staccano dalla realtà del paese e dalle sue forze vive, in particolare dalla piccola borghesia urbana molto politicizzata. Gli scandali finanziari screditano gli alti ufficiali al potere. Nell’esercito, una nuova generazione ambiziosa e desiderosa di modernizzazione si oppone ai quadri più anziani e meno istruiti.

Dopo una serie di scioperi in tutto il paese, nel novembre 1980 un primo colpo di stato militare riceve l’appoggio dell’opposizione legale, tra cui quello dell’Fpv. Ma il nuovo regime, che gode tuttavia di una certa popolarità, si dimostrerà repressivo, spingendo i dirigenti sindacali alla clandestinità. Altri ufficiali sono implicati negli scandali. Sankara, segretario di stato all’informazione, si dimette in diretta televisiva, pronunciando una frase rimasta celebre: «Guai a chi imbavaglia il popolo!».

Un’altra fazione dell’esercito si sente emarginata, così come il partito di Ki-Zerbo. Nel novembre 1982 si verifica un secondo colpo di stato. Si percepisce con forza una separazione tra chi auspica la continuità istituzionale e gli ufficiali rivoluzionari, riuniti intorno al capitano Sankara. Nominato primo ministro, egli ne approfitta per esasperare le contraddizioni durante le assemblee pubbliche, in cui denuncia i «nemici del popolo» e l’«imperialismo».

«Il paese degli uomini integri» Mentre Guy Penne, consigliere per gli affari africani di François Mitterrand, atterra a Ouagadougou, capitale del paese, Sankara viene arrestato, il 17 maggio 1983. Le organizzazioni clandestine di sinistra, il Pai e l’Unione delle Lotte comuniste ricostruite (Ulc-r) manifestano per chiederne la liberazione. Non senza difficoltà, ha saputo farsi rispettare dalle organizzazioni civili che diffidano dei militari, ma anche dai militari stessi, che riconoscono uno di loro, un soldato fiero di essere tale. Liberato Sankara, tutte queste forze preparano insieme la presa del potere. I commandos militari di Po, nel sud del Burkina Faso, diretti dal capitano Blaise CompaorÈ, marciano sulla capitale il 4 agosto 1983; i lavoratori delle telecomunicazioni tagliano le linee; i civili aspettano i soldati per guidarli in città.

Essa cade rapidamente in mano ai rivoluzionari.

Divenuto presidente, Sankara definisce così il suo obiettivo principale: «Rifiutare lo stato di sopravvivenza, allentare le pressioni, liberare le nostre campagne da un immobilismo medioevale e dal degrado, democratizzare la nostra società, aprire gli animi ad un universo di responsabilità collettiva per osare inventare il futuro. Abbattere e ricostruire l’amministrazione attraverso un’altra idea del funzionario, immergere il nostro esercito nel popolo attraverso il lavoro produttivo e ricordargli incessantemente che, senza formazione patriottica, un militare non è che un potenziale criminale (3).» Il compito è immenso; a quell’epoca, l’Alto Volta è tra i paesi più poveri del mondo (4): un tasso di mortalità infantile stimato a 180 per 1.000 nati, un’aspettativa di vita media di soli 40 anni, un tasso d’analfabetismo che arriva al 98%, un tasso di scolarizzazione del 16%, e infine un prodotto interno lordo pro capite di 53.356 franchi Cfa (cioè poco più di 72 euro).

Sankara nasconde a fatica le sue influenze marxiste. Invece, chi gli si stringe intorno non ne condivide i punti di riferimento politici.

Egli cerca soprattutto di circondarsi di persone competenti e motivate, e alla presidenza riunisce quasi centocinquanta collaboratori minuziosamente scelti, qualche ideologo, ma soprattutto i migliori quadri del paese.

Progetti sempre nuovi vengono alla luce, mentre lui impone scadenze per gli studi di fattibilità giudicate spesso… irrealizzabili.

Egli interpreta la rivoluzione come il miglioramento concreto delle condizioni di vita della popolazione. » un brusco cambiamento in tutti i settori: la trasformazione dell’amministrazione, la redistribuzione delle ricchezze, la liberazione della donna, la responsabilizzazione e la mobilitazione dei giovani; l’abbandono dell’organizzazione sociale tradizionale, cui si imputa il ritardo delle campagne; il tentativo di fare dei contadini una classe sociale rivoluzionaria; la riforma dell’esercito per porlo al servizio del popolo assegnandogli anche funzioni produttive; la decentralizzazione e il perseguimento della democrazia diretta attraverso i comitati di difesa della rivoluzione (Cdr), incaricati di metterla in pratica sul territorio; lotta senza quartiere alla corruzione, etc. Il 4 agosto 1984, l’Alto Volta viene simbolicamente ribattezzato Burkina Faso, il «paese degli uomini integri».

Il Consiglio nazionale della Rivoluzione (Cnr) (5) lancia il piano popolare di sviluppo (Ppd): le province determinano i loro obiettivi e devono dotarsi degli strumenti necessari per raggiungerli. Sankara ne riassume così la filosofia: «La cosa più importante, credo, è aver condotto il popolo ad aver fiducia in se stesso, a capire che finalmente può sedersi e scrivere la propria storia; può sedersi e scrivere la sua felicità; può dire quello che vuole. E allo stesso tempo, sentire qual è il prezzo da pagare per questa felicità (6)».

Il Cnr pratica l’autoregolazione: le spese di funzionamento diminuiscono a favore degli investimenti, i mezzi sono razionalizzati. Ma lo sforzo popolare d’investimento (Epi) si traduce in detrazioni dei salari comprese tra il 5% e il 12%, una misura stemperata dalla gratuità dei canoni d’affitto per un anno. A Ouagadougou, una zona industriale abbandonata viene riqualificata.

Si tratta di promuovere uno sviluppo economico autocentrato per non dipendere dall’aiuto esterno: «ne abbiamo davvero abbastanza di questi aiuti alimentari (…) che immettono nelle nostre menti (…) riflessi da mendicante, da assistito! Bisogna produrre, produrre di più perchÈ è normale che chi vi dà da mangiare vi detti anche le sue volontà (7)». Una parola d’ordine s’impone: «Produciamo e consumiamo burkinabÈ».

Le importazioni di frutta e verdura sono vietate per stimolare i commercianti ad andare a cercare i prodotti nel sud-ovest del paese.

Questa regione difficilmente accessibile era stata abbandonata, a tutto vantaggio dei mercati della Costa d’Avorio, collegata al Burkina da una strada asfaltata. Con la nascita di una catena nazionale di negozi, si instaurano dei circuiti di distribuzione. Inoltre, attraverso i Cdr, i dipendenti possono acquistare i prodotti nazionali sul posto di lavoro. I funzionari sono anche incentivati a indossare il Faso dan fani, l’abito tradizionale confezionato con bande di cotone tessute in maniera artigianale. Di conseguenza, moltissime donne si mettono a fabbricare tessuti nel proprio cortile, il che permette loro di avere una rendita propria.

Sankara appare come un precursore in materia di difesa dell’ambiente.

Non si limita a indicare le responsabilità umane nell’avanzamento del deserto: ne trae anche le conseguenze. Nell’aprile del 1985, il Cnr lancia le «tre lotte»: contro il taglio abusivo del legname, accompagnata da campagne di sensibilizzazione all’utilizzo del gas; contro gli incendi nella boscaglia; contro il pascolo non controllato degli animali. Ovunque, i contadini costruiscono bacini d’acqua, spesso a mani nude, mentre il governo rilancia progetti di costruzione di dighe. Sankara denuncia l’insuffi-cienza degli aiuti da Parigi, di cui prime beneficiarie sono le imprese del mercato delle grandi opere.

Sankara si fa portavoce del terzo mondo e critica l’ordine internazionale.

I temi che sviluppa riecheggiano nel movimento altermondialista di oggi: le ingiustizie della globalizzazione e del sistema finanziario internazionale, l’onnipre-senza del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca mondiale, il circolo vizioso del debito dei paesi del terzo mondo. Per Sankara, il debito trova la sua origine nelle «proposte allettanti» di «tecnici assassini» mandati dalle istituzioni finanziarie internazionali. Esso è diventato uno strumento di «riconquista dell’Africa sapientemente organizzato, affinchÈ la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a condizioni e a norme che ci sono totalmente estranee (8)». Il Burkina Faso deciderà, quindi, di non firmare prestiti con il Fmi, desideroso di imporre le sue «condizioni».

Nonostante sia un rivoluzionario, Sankara non di meno sviluppa una riflessione sulla democrazia e la sua traduzione concreta attraverso la mobilitazione di tutte le componenti della popolazione, che comporta l’emancipazione delle classi popolari e delle donne. «La democrazia è il popolo con tutte le sue potenzialità e la sua forza», sostiene.

«La scheda e un sistema elettorale non implicano, da soli, l’esistenza di una democrazia. Chi organizza le elezioni ogni tanto, e si preoccupa del popolo solo prima di ogni tornata elettorale, non ha un sistema realmente democratico. (…) Non si può concepire la democrazia senza rimettere il potere, in tutte le sue forme, nelle mani del popolo; il potere economico, militare, politico, il potere sociale e culturale (9)».

Creati in maniera molto rapida dopo la presa del potere il 4 agosto 1983, i Cdr sono incaricati di esercitare localmente il potere in nome del popolo. Assumono diverse responsabilità ben al di là della semplice sicurezza pubblica: formazione politica, risanamento dei quartieri, sviluppo della produzione e del consumo dei prodotti locali, partecipazione al controllo del bilancio dei ministeri, ecc. Rigettano anche, dopo averne discusso, parecchi progetti nazionali, come quello della «scuola nuova», giudicata troppo radicale. Ma i Cdr sono anche all’origine di numerosi abusi. Servono da punta di lancia contro sindacati giudicati pericolosi perchÈ controllati da organizzazioni come il Pai, entrato nell’opposizione ad agosto 1984, e il Partito comunista rivoluzionario dell’Alto volta (Pcrv). Sankara è il primo a denunciare gli eccessi e le insufficienze dei Cdr, spesso dovute a liti intestine tra le diverse organizzazioni che sostengono la rivoluzione (10).

Complotto internazionale Questo presidente di tipo nuovo, di cui oggi tutti elogerebbero il patriottismo, l’integrità, l’impegno e il disinteresse personale, nel 1987 era diventato scomodo. La lotta sempre più popolare contro il neocolonialismo minacciava il potere di altri presidenti, più docili, dell’Africa occidentale, e più in generale il ruolo della Francia nel continente nero.

Il complotto si verifica inesorabilmente. Il numero due del regime, l’attuale presidente del Burkina Faso Blaise CompaorÈ, se ne incarica con il probabile sostegno della Francia, della Costa d’avorio e della Libia. Secondo Jeune Afrique (2 giugno 1998), settimanale erede designato degli scritti di Jacques Foccart (11), «il bel Blaise, a quell’epoca numero due di una rivoluzione alla quale non crede più e sempre più vicino a Houphouët [-Boigny] grazie al quale ha conosciuto la futura moglie, incontra il suo omologo francese (Jacques Chirac) allora primo ministro, tramite il presidente della Costa d’avorio, e Jacques Foccart, che gli presenta lo stato maggiore della destra francese, in particolare Charles Pasqua».

Per François-Xavier Verschave, non c’è alcun dubbio: «[Mouammar] Gheddafi e l’Africa francese avevano molte motivazioni comuni cementate dall’anti-americanismo. Con l’aggiunta di interessi ben noti. L’eliminazione del presidente burkinabÈ Thomas Sankara è certamente il sacrificio fondatore. Foccart e le persone che circondano Gheddafi convengono nel 1987 di sostituire un leader troppo integro e indipendente al punto di essere scomodo con un Blaise CompaorÈ infinitamente meglio disposto a condividere i loro piani. L’ivoriano Houphouët fu associato al complotto (12).» Il 15 ottobre 1987, Sankara viene assassinato. Gli succede CompaorÈ, che diverrà un fedele esecutore delle ricette liberiste e il successore di Felix Houphouët-Boigny come migliore alleato di Parigi nella regione.

Il suo ruolo strategico nell’«Africa francese» è illustrato dalla recente creazione dell’Associazione francese d’amicizia franco-burkinabÈ, presieduta da Penne. Vi si ritrova Michel Roussin, un ex dei servizi segreti, membro del Movimento delle imprese di Francia (Medef, la Confindustria francese) e numero due del gruppo BollorÈ in Africa.

Ex-ministro della cooperazione di Edouard Balladur nel 1963, affianca i suoi successori in quell’incarico: Jacques Godfrain, un tempo vicino a Foccart; Pierre-AndrÈ Wiltzer, membro dell’Unione per la democrazia francese (Udf); e il socialista Charles Josselin.

L’arrivo di CompaorÈ a capo del Burkina, nel 1987, ha avuto conseguenze oltre le frontiere. L’alleanza tra le reti «franco-africane» riunisce politici, militari o affaristi della Costa d’Avorio, della Francia, della Libia e del Burkina Faso. Essa sosterrà Charles Taylor, responsabile delle tremende guerre civili che si svilupperanno in Liberia, poi in Sierra leone, sullo sfondo del traffico di diamanti e di armi (13). Oggi, dopo aver protetto i militari ribelli ivoriani, Compaorè è presentato come un uomo di pace poichÈ sostiene la riconciliazione dei protagonisti della crisi.

» stato fatto tutto il possibile per cancellare Sankara dalla memoria del suo paese. Tuttavia, egli rimane presente (nei dischi e nella tradizione orale, nei film, nei documentari, nei libri). Internet non fa che amplificarne il fenomeno. Infine la Campagna internazionale giustizia per Thomas Sankara (Cijs) chiede un’inchiesta ufficiale sull’assassinio di Sankara. Una storica raccomandazione del Comitato dei diritti dell’uomo delle Nazioni unite le ha dato ragione nel marzo 2006, ma la procedura non è terminata e Ouagadougou conta sul carattere poco coercitivo del diritto internazionale. La Cijs mantiene la pressione con una petizione (14).

Nuovi orizzonti potrebbero aprirsi. In America latina si rafforza un’esperienza rivoluzionaria; il Venezuela moltiplica le iniziative in direzione dell’Africa e riprende alcuni temi della rivoluzione sankarista, ma in più ha lo strumento del petrolio. La speranza deve ritornare. Sarà tanto più feconda in quanto si saranno tratti insegnamenti dai successi della rivoluzione burkinabÈ e dalle difficoltà che essa ha dovuto affrontare.

Fonte : http://www.monde-diplomatique.it/Le…

note:

* Autore della biografia di Thomas Sankara. La patrie ou la mort (1997), L’Harmattan, Paris, e coanimatore del sito www.thomassankara.net

(1) Discorso pronunciato a Tenkodogo il 2 ottobre 1987, www.thomassankara.net/ article.php3?id_article=0041

(2) Leggere Michel Galy, «Le Burkina Faso à l’ombre de Sankara», Le Monde diplomatique, dicembre 1996.

(3) Discorso alle Nazioni unite, 4 ottobre 1984.

(4) Il paese non ha fatto molti progressi: il Burkina è classificato al 174° posto su 177 secondo l’indice di sviluppo umano del Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp), 2006.

(5) Il Cnr, presieduto da Sankara, comprende nel suo primo governo militari, militanti del Pai e dell’Ulc-R.

(6) Fratricide au Burkina, Sankara et la Françafrique, documentario di Thuy Tien Hi e Didier Mauro, produzione Ictv Solferino.

(7) Prima conferenza nazionale del Cdr, 4 aprile 1986.

(8) Discorso all’Organizzazione dell’unità africana (Oua), luglio 1987, www.thomassankara. net/article.php3? id_article=0008

(9) Granma, L’Avana, agosto 1987, www. thomassankara.net/article.php3?id_article=0045

(10) Cfr. in particolare il discorso pronunciato nell’aprile 1986 davanti alla prima conferenza nazionale del Cdr, www. thomassankara.net/article.php?id_article=0036

(11) Jacques Foccart (1913-1997) era un consigliere presidenziale francese, specialista degli affari africani dal 1960 al 1974. » divenuto un simbolo del lato «oscuro» della presenza francese in Africa.

(12) François-Xavier Verschave, Noir Silence, Les Arènes, Parigi 2000, p.346-347

(13) Taylor è attualmente sotto processo all’Aia davanti al Tribunale speciale per la Sierra Leone (Tssl).

(14) www.ipetitions.com/petition/Sankara20 e admin@grila.org (Traduzione di A. D’A.)




 

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